"Recensione stampa"
Ho incontrato Antonio MAIO qualche anno fa, in occasione di una mostra tenutasi a Monterosso Calabro ed ho avuto una ottima impressione, per come si presentava modesto,serio e con tanta voglia di fare. La sua ricerca nel campo artistico ha delle radici molto antiche, essendo discendente di una famiglia di artigiani che lavoravano il ferro battuto con grande maestria. L'arte del nostro artista prende vita nel fantasioso mondo della ricerca con metalli, che non facilmente si plasmano e si riesce di concretizzare quello che si vuole esprimere. Questo signifca che le sue profonde conoscenze, l'esperienza di lavorare metallo, fanno si che le sue opere assumano oltre ad un significato di conoscenza tecnica, anche una strutturazaioni creativa della forma che viene plasmata con facilità, facendo assumere una vivacità in un continuo movimento nello spazio, oltre ad una sintesi della propria coscienza esistenziale a volte tranquilla, a volte travagliata, piena di inquietudine che in questo periodo sta attraversando il mondo artistico e non solo. Come è semplice armoniosa lineare sinuosa la "forma nello spazio" ad un tratto si piega si disintegra per poi liberarsi nell'aria con due linee-traiettorie punte di riferimento ricerca di nuovi orizzonti. Non si desidera fare paragoni con artisti che hanno plasmato il metallo a loro piacimento come U. Mastrianni, Mirko Basardella, Benetton e forse anche Cascella. Maio riesce a lavorare il ferro come un metallo dolce e trasformarlo in formre e dinamismo plastico che si liberano nello spazio, ma saldamente forma con una autentica autonomia della forma stessa che a volte assumono il sapore della terra, forme di rovi e delle siepi del paesaggio di Calabria. Non è facile oggi trovare degli artisti che hanno tanta voglia di lavorare questo tipo di "materiale" di rappresentare le proprie esperienze alle volte con tanta rabbia, come riesce a fare il nostro artista di Monterosso Calabro.
Chi poteva immaginare che in un piccolo paese MONTEROSSO CALABRO, tra le irte colline cosparse da macchie ora di verde intenso di secolari ulivi, talora di giallo oro delle giovani e brulle betulle, della pre Serra Vibonese, si annidasse un vero autentico talento come Antonio Maio. Un artista particolare, insolito che non appartiene a quella folta schiera di pittori, architetti, scultori, scenografi, attori, che spesso si ritengono geni dell'arte, mentre, in fondo in fondo, sono eclettici e manieristici. Antonio Maio, plasma una materia singolare, difficile come il ferro, attraverso la quale, esprime come tutta la sua forza interiore l'autentica calabresità. La ricerca artistica di Antonio affonda le radici nella sua fanciullezza, quando ancora ragazzino, con tanta passione e pazienza apprendeva, ammirava ed assisteva il padre - uno dei tanti sconosciuti e qualificati artigiani che in un'epoca non molto lontana esprimevano e concretizzavano i sentimenti più profondi di quella autentica calabresità versatile e creativa che la civiltà dei consumi ha quasi annientato - nel suo laboratorio di ferro battuto. Antonio Maio dal padre ha appreso l'artigianalità della lavorazione del ferro, ma la sua ricerca è andata oltre, riscoprendo giorno dopo giorno, altri segreti del più antico metallo, soprattutto dando alla materia quel soffio di vitalità che solo i grandi artisti riescono ad infondergli.Egli annoda, plasma il ferro come se fosse argilla, creando ora forme lineari che suddividono lo spazio in strutture fortemente equilibarte, talora invece le direzioni si interrompono improvvisamente dando luogo a movimenti vorticosi che conferiscono alla materia una grande vivacità dalla quale emerge tutta l'esistenzialità e l'inquietitudine che l'artista percepisce, avverte di fronte all'incertezza e ai drammi che nella post-modernità l'uomo quotidianamente vive. Spazialità, dinamismo, plasticità sono le costanti che evidenziano le opere di Maio, le cui tematiche sono sempre legate alla problematica della società e soprattutto a quella cultura meridionalistica che egli tende continuamente a riscoprire ed a rivitalizzare nei suoi aspetti storici-antropologici più elevati, nell'autenticità dei suoi valori etici ed estetici di cui è portatrice, per fornire alla comunità nazionale ed internazionale la vera immagine del sud, della nostra regione:quella cioè, di una Calabria espressione di una grande tradizione culturale le cui coordinate principali possono essere rincondotte all'amore per il divino, al senso del bello, allo sviluppo della democrazia. Per tutto quello che oggi Antonio Maio, con forte tenacia ed impegno, offre alla Calabria, credo ogni cittadino, di questo lembo di terra dell'estremo sud d'italia debba ringraziarlo ed ammirarlo.
Da "Il secolo d'Italia" Sabato 18 settembre 1999 Le Opere di Antonio Maio nella rassegna calabrese "Biennale 2000" La ricerca semantica del dinamismo plastico del ferro di Luigi Tallarico La severa e ostinata formazione artigianale - sviluppata nella bottega del padre - ha portato Antonio Maio a definire nel ferro un modulo linguistico lontano dai fatti del reale ma teso a dispiegare nel segno i trasalimenti della vita e le tensioni emotive. Dapprima l'autore ha semplificato il segno in un segmento lineare, appuntito e grezzo, a dimensione geometrica elementare, ma poi la materia ha risentito delle incrinature dello spazio vitale e della coscienza turbata, per cui il modulo linguistico si è avvitato nello spazio a più dimensioni, fino a subire le continue e drammatiche evoluzioni dei simboli e delle idee, in funzione del significante e dei significati. Infatti la primitiva ideazione del segmento verticistico non contemplava la presenza dell'orizzontalità, che come si sa ha una funzione di mediazione e di stasi, obbligando il segno dinamico a rinunciare, non solo alla curva, ma a qualsiasi rapporto con il dato plastico. La fisicità del metallo nudo e pulito, assorbiva nella dinamicità ascensionale, verso il cielo, le nuove coordinate che provenivano da un orizzonte a dimensione umana, per cui il segno è andato avvertendo la necessità di una ricerca semantica, tramutando la tensione in termini di luminosità, insieme plastica e lirica. E' risaputo che l'idea formativa della scultura, anche di quella segnica, ha sempre la vocazione della tridimensionalità plastica e timbrica, comprendente sia la linea che il cerchio, sia la stasi che il moto, ossia quella forma che Boccioni chiamava con l'ossimoro di "dinamismo plastico", in cui la struttura non confligge con lo spazio e la valenza luministica non disperde le prominenze di ordine plastico. E così Antonio Maio, dopo aver attraversato il cielo con la sua ascensionalità acuminata e indefinita, ha ripiegato sulla terra con la curva ellittica, senza perdere nell'orizzontalità il dinamismo verticale, avendo cura di conservare nell'astrazione della forma il senso della realtà mitopoietica. Il risultato ottimale ottenuto nella rassegna "Biennale 2000" di Monterosso Calabro è apparso ancor più convincente, in quanto lo scultore ha stabilito un confronto non secondario con le forme di Simon Benetton, in cui il faber della materia ha raggiunto una mirabile sintesi, in termini espressivi e lirici, attraverso l'organizzazione di portata mentale. E' apparso allora evidente che la tecnica spiegata da Antonio Maio è del pari prestigiosa, e che l'apparente elementarità dei moduli in ferro sono in grado di sprigionare non più una dinamicità in sé chiusa e finita, ma aperta alla concavità e convessità dell'ambiente urbano e naturale. Il suo ultimo approdo nell'ambiente, se conferma il radicamento del segno alla terra, e perciò al punto di vista dell'uomo, non conserva la presenza condizionante della stasi e nemmeno l'arbitrarietà della spinta indeterminata. La soluzione di ordine dialettico indica quindi che gli opposti sono stati ricondotti ad una visione umanistica più coesa, in cui l'approdo alla realtà e l'ineludibile anelito spaziale sono da intendere come nuova natura o forse, meglio, come diversa prospettiva urbana. Infatti le quattro sculture, esposte nella rassegna calabrese, nonostante la dimensione minimale, hanno confermato l'aspirazione di Maio al monumentale, e ad occupare lo spazio urbano, riqualificato dall'uomo che l'abita e che lo vive. Se è vero, come è vero, che per Maio la natura è la città, definita non soltanto nuova dimensione spaziale, ma anche punto di massima concentrazione dell'energia e della cultura di una comunità.
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Monterosso: Aperta una mostra permanente
di sculture in ferro battuto a Monterosso,alla presenza del sindaco
Domenico Ubaldo Galati, dell’assessore alla cultura Soccorso Capomolla,
dello scultore, Giuseppe Farina e di un’immensa folla di cittadini. Il quotidiano del 17.12.02 |
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Sopra, momenti dell'inaugurazione alla
presenza del Sindaco Domenico Ubaldo Galati |
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L’artista
monterossino crea un nuovo spazio espositivo |
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dal
"Domani" del 4 Febbraio 2003
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